GLI INDIOS TORNANO SUL PIEDE DI GUERRA PER FERMARE NUOVE DIGHE IN AMAZZONIA |
Inserito il 23 Novembre 2009 |
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L'Amazzonia, oltre che per gli effetti della deforestazione, è chiusa in una morsa sempre più stretta da un sistema combinato di gigantesche dighe: fiumi deviati ed ecosistema che vacilla. La più grande zona forestale del mondo, estesa quasi due volte l' Europa, non conosce pace, soprattutto per chi ci vive: le popolazioni indigene vedono sparire sotto i loro occhi un habitat al quale è legata la loro vita. E il problema va ben al di là territori sempre più esigui dove vivono confinate le popolazioni indigene: investe l'intero pianeta, visto che alla sopravvivenza dell'Amazzonia è anche legata quella dell'intero Pianeta.
L'ULTIMA MOBILITAZIONE DEGLI INDIANI KAYAPO' - Gli ultimi a ribellarsi contro la devastazione del territorio sono gli indiani Kayapò, che hanno organizzato una nuova ondata di proteste contro un gigantesco progetto idroelettrico in via di realizzazione sullo Xingu (mappa), uno dei principali fiumi dell’Amazzonia. A partire dal 28 ottobre manifesteranno per una intera settimana presso la comunità kayapò di Piaraçu.
GLI INVITI ALLE AUTORITA' - Sul posto sono stati invitati rappresentanti del Ministero alle
Una vista del Xingu Miniere e all’Energia, e del Ministero dell’Ambiente. I Kayapó e altri popoli indigeni locali si oppongono alla costruzione della diga denunciando di non essere mai stati consultati in modo appropriato e nemmeno informati sul reale impatto che il progetto avrà sulle loro terre. La diga devierà più dell’80% della portata del fiume Xingu, con un pesante impatto sulla sua fauna ittica e l’ecosistema della foresta per almeno 100 chilometri di rive abitate da popoli indigeni. L'associazione Survival International, che lavora a fianco delle popolazioni indigene per difendere la loro cultura, ha inoltrato formali proteste al governo. I Kayapó sono in conflitto con Edison Lobão, Ministro alle Miniere e all’Energia, che recentemente avrebbe affermato che “forze demoniache” starebbero cercando di impedire la realizzazione delle grandi dighe idroelettriche del Brasile. «Queste parole sono abiette e offensive nei confronti nostri e di tutti coloro che difendono la Natura» ha commentato il leader Kayapó Megaron Txucarramae. Già nel 1989 i Kayapó avevano organizzato una massiccia protesta contro la costruzione di una serie di dighe sullo Xingu. All’epoca riuscirono a fermare i finanziamenti della Banca Mondiale e a far accantonare il progetto. Oggetto delle proteste dei popoli indigeni sono anche altre dighe previste su altri fiumi amazzonici.
I PRECEDENTI - Un anno fa, gli Enawene Nawe misero a soqquadro un cantiere con l’obiettivo di impedire la realizzazione di decine di dighe lungo il fiume Juruena. Secondo gli Indiani, gli impianti idroelettrici distruggeranno i pesci da cui dipende la loro sopravvivenza. Nell’Amazzonia occidentale, la diga di Santo Antônio sommergerà la terra in cui vivono almeno cinque gruppi di popoli incontattati. La diga fa parte di un progetto più ampio che prevede la costruzione di una serie di impianti sul fiume Madeira. [CONTINUA]
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MA GLI ANTIRAZZISTI SANNO COSA PENSIAMO? |
Inserito il 9 Novembre 2009 |
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“Noi sappiamo. Abbiamo studiato, abbiamo letto, conosciamo tanti immigrati. Sappiamo. Sappiamo cosa vuole dire essere immigrato, cosa vuole dire essere clandestino. Cosa vuole dire vivere lontano da casa sua”. Gli esperti d’immigrazione. Quelli che hanno scritto. Quelli che hanno viaggiato. Quelli che lottano per i poveri negri, marocchini, albanesi. Quelli che lottano per noi poveri immigrati. In quasi undici anni in Italia, ho partecipato a tante manifestazioni. Manifestazioni antirazziste, contro la legge Bossi-Fini, contro…. Ho partecipato a tanti incontri, riunioni, conferenze. Abbiamo occupato case. Per lungo tempo ho pensato che facevo parte di una comunità che lottava per un certo ideale. “Hasta la victoria siempre. Tous pour un, un pour tous”. Qualche volta ho cercato di dire la mia. Di dire quello che pensavo. Quello che poteva essere il mio punto di vista su come si lottava. Sul perché. Ho cercato anche di esprimere le mie perplessità su certe situazioni e azioni di questi comitati e realtà che lottavano per l’immigrato che ero. Forse era meglio stare zitto. Il mio amico Lampo mi ha detto una volta che ha più paura degli antirazzisti che dei razzisti. Per lui con i razzisti il conflitto è più onesto. Lo sai. Sai che non ti vogliono. Sai cosa pensano di te. Con gli antirazzisti non si sa mai. Cosa porta una persona a essere non razzista? L’amore dell’altro? Il sogno di vivere in un mondo di uguaglianza? La giustizia? E poi? In questi undici anni ho visto il mondo dell’immigrazione occupato da persone non immigrate. Parlano nel nostro nome. Parlano delle nostre cose. Presentano libri scritti sulle nostre storie. Video sui nostri drammi. Alzano la mano al posto nostro. Quasi vivono la nostra vita. Conoscono talmente le nostre cose che non hanno neanche più bisogno di noi. Abbiamo organizzato a Parma il 24 e 25 ottobre le giornate “Alzo la Mano”. Undici giornalisti e scrittori della rivista Internazionale, undici uomini e donne immigrati che scrivono. Che si confrontano con il “conflitto italiano”. Undici persone che hanno origini e storie diverse l’uno dall’altro. Due giorni per confrontarsi con la gente, la città. La politica. Hai visto qualcuno? C’era la possibilità di parlare con lo scrittore clandestino, con la professoressa d’università precaria, con l’immigrato contrario al diritto di voto agli immigrati. Di persone che hanno avuto una storia di migrazione qualche volta complessa e che con la forza, il sogno, la voglia di arrivare sono diventati testimoni della loro realtà. Durante questi due giorni, abbiamo parlato di cittadinanza, di diritti, di doveri, delle seconde generazione, di lavoro, di scuola, di politica. Ma non abbiamo visto nessuno degli esperti d’immigrazione. A me suona strano. È abbastanza difficile capire qual è il problema? Come mai è difficile avere il tempo di conoscere l’altro? Di parlare con lui? Di ascoltare un’opinione diversa della sua? Poi vedo in giro le solite manifestazioni e i soliti eventi. Le solite persone che parlano d’immigrazione, di cittadinanza. D’intercultura. La meme chose. Il mio amico Gianluca mi parla sempre del fare le cose insieme. Ma di cosa possiamo parlare insieme quando sappiamo già. Quando abbiamo già le nostre convinzioni e le nostre certezze. Quando lavoriamo talmente tanto che abbiamo solo tempo di fare le nostre solite cose. Quando facciamo fatica ad ascoltare voci altre. Quando siamo chiusi nel piccolo cerchio con le solite persone. Per parlare insieme bisogna sapere di cosa vogliamo parlare. Bisogna prima sapere (anche se sembra una cosa banale) chi siamo. Qual è la nostra storia. Perché siamo. E poi almeno avere un progetto condiviso. Una strategia. Un’idea. Bisogna avere il tempo di ascoltare l’altro anche quando non si è d’accordo. Gli immigrati sono prima delle persone che decidono, scelgono. Vivono. Sembra una cosa scontata ma non la è. Non è scontato. Se in una città come Parma, parlano sempre le solite persone, parla sempre e ancora Cleo, vuole dire che qualcosa è andato storto. Ma perché nessuno si fa questa domanda? Perché non ha funzionato? Perché non funziona? Lo so è più facile fare che farsi delle domande e avere il tempo di cercare delle risposte. Ma io credo che per essere antirazzisti non basta soltanto partecipare a incontri e riunioni antirazziste con persone che si conoscono e la pensano alla stessa maniera. Non basta partecipare alle solite manifestazioni.
[CONTINUA]
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LA CHIESA DEVE PARLARE FORTE |
Inserito il 25 Ottobre 2009 |
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intervista a Mons. Giancarlo Maria Bregantini a cura di Ida Nucera
in “il nostro tempo” del 2 agosto 2009
Viviamo un tempo difficile, caratterizzato da un progressivo sfi lacciamento della morale, scalzata
da narcisismo, corruzione e arroganza, in totale sprezzo del bene comune. Anche la politica ha
perduto l’anima, cioè l’etica. I cattolici cercano con difficoltà alternative possibili. Per il credente
diventa sempre più faticoso “stare sulla stessa barca”, come più volte evidenziato dal dibattito
aperto su queste stesse colonne. Il momento sollecita un confronto franco con pastori aperti al
dialogo. Abbiamo dunque incontrato monsignor Giancarlo Maria Bregantini, trentino di Denno, dal
1994 vescovo di Locri, profondo conoscitore del Sud, con tutte le problematiche legate
all’arretratezza e alla ‘ndrangheta, ma anche con le sue grandi potenzialità, per le quali si è sempre
battuto affi nché potessero esprimersi in pienezza. Dal 2007 è arcivescovo metropolita di
Campobasso Bojano.
Monsignore, molti cristiani sono indignati perché ritengono la Chiesa poco profetica su temi
cruciali. Attendono una condanna chiara di certi atteggiamenti immorali, invocano parole
certe su quanto lontana dal Vangelo sia la classe dirigente. Possiamo continuare a far finta di
nulla? Possiamo chiuderci in sacrestia e attendere che tutto passi?
Riguardo alla situazione generale della Chiesa, oggi, mi piace rivisitare tre verbi che spesso ripeto
ai preti della nostra diocesi. Frutto di anni di fatica interiore e pastorale, di lacrime ma anche di
tante speranze e di tante gioie, vissute con la gente. Perché la Chiesa non è solo la gerarchia: è
soprattutto quella parte del popolo di Dio che vive, spera e lotta tutti i giorni. Compio ogni sforzo
perché il mio cuore sia sempre più attaccato ad essa. E la “gerarchia” stessa non è mai fi nalizzata a
sé stessa, ma opera sempre per la gente, nel vissuto quotidiano e sofferto della storia, così come la
disegna il Signore per noi, di pietra in pietra. Dicevo che ho imparato tre verbi: mai vincere, ma
sempre convincere; mai imporre, ma sempre proporre; mai giudicare, ma analizzare. Un giorno un
Provinciale di una Famiglia religiosa di consacrati mi disse, quasi scusandosi: «Ma la santità non si
può imporre!». È vero, risposi di getto, ma si deve proporre, sempre più. La Chiesa oggi sente la sua
pesantezza, ma guai se smette di proporre la santità come meta. Se si lascia infiacchire dalla propria
stanchezza. Don Milani, con chiarezza, nel suo fiorito linguaggio fiorentino, amava dire: «Sfottere
crudelmente non chi cammina in basso, ma chi mira in basso!». Tutti siamo fragili, tutti peccatori.
Ma questo non ci deve per nulla esimere dal puntare in alto. Anzi, proprio perché la fragilità è
evidente, ancor più limpida deve essere la proposta e alta la meta. Ecco allora la necessità di rifl
ettere sul comportamento della Chiesa nel nostro tempo. Ma siano analisi, e non giudizi. Perché c’è
una differenza grande.
E dove sta la differenza?
Nel tono della voce. In famiglia, in ufficio, in politica: tutto sta nel tono della voce. Se esprimi un
giudizio, il tuo tono sarà duro, aspro, diretto. Se invece analizzi, vedi e individui subito ciò che non
va, perché il tuo occhio è limpido, come il catino dell’acqua con cui Gesù lavò i piedi ai suoi
discepoli. Il tono della tua voce si fa testimonianza, coinvolgimento, passo sofferto e condiviso.
Anche il male lo porti con te e non te ne tiri fuori, perché non sei diverso da loro. Occorre sfuggire
al soffuso ma comodo manicheismo che talvolta avvinghia certi preti bravi o certi cristiani
impegnati. La fatica di un vescovo è la fatica del pastore, che non ritma i suoi passi sul passo delle
sue forze, ma sul passo fragile delle «pecore madri, che egli conduce pian piano e porta sul petto gli
agnellini» (Isaia 40,11), cercando sempre la pecorella che si è smarrita. E se la pone sulle spalle,
condividendo la gioia con i suoi amici, in una comunità dove soprattutto il lontano si fa vicino, per
il sangue di Gesù sulla croce. Quella croce che ha fatto dei due un solo popolo nuovo. Ripeto: solo
chi non mira in alto va crudelmente sfottuto. Ed è ciò che oggi si deve fare di fronte alla perdita del
bene comune, alla mancanza di etica. Solo con la chiarezza del profeta si può dire di «no», ad
esempio, a un personaggio politico locale, che pretenda di fare da padrino nella cresima di un
amico. Con amarezza ma con chiarezza, perché egli non regola la sua vita politica con coerenza.
Non sarà giudizio, ma analisi lucida, poiché hai orientato la tua vita, prima di ogni altra, secondo
ideali evangelici che cerchi di vivere con coerenza. La Chiesa oggi deve parlare di più con voce
profetica. Troppo tace, troppo lascia correre. Su certe questioni si dimostra inflessibile, mentre su
altre è acquiescente. Ma questa difficoltà nasce dalla carenza di proposta evangelica. Questo è il
problema. E il nostro dolore diffuso.
A quali principi dovrebbero essere improntati i rapporti tra la gerarchia ecclesiastica e la
politica? C’è sempre attenzione all’ultimo, al povero, alla giustizia?
Noi vescovi della regione ecclesiastica Abruzzo-Molise abbiamo emesso un decalogo,
evangelicamente ben inquadrato, che indica i sentieri del bene comune, con precisione e passione
pastorale. In sintesi richiama il potere al servizio orientato verso le categorie più deboli. Vede la
politica come crescita di responsabilità e democrazia, nel rispetto delle altrui posizioni e nella
coerenza delle scelte. Ribadisce il rifiuto e la denuncia di comportamenti immorali e disonesti e
auspica l’impegno per favorire la cultura della legalità, la preparazione degli amministratori e una
selezione della classe dirigente che premi il merito, la competenza e rifugga da simpatie, legami
personali o familistici, ripicche o vendette. Tutto questo si fonda sul Vangelo e sulla Bibbia. Eppure,
quando l’ho presentato, c’è stato chi mi ha accusato di fare politica. Ciò accade spesso quando la
Chiesa diviene chiara, profetica e incisiva. Molti la vorrebbero invece muta e silenziosa, quasi
complice di uno stile di vita che favorisce i ricchi e penalizza i poveri. Ma che direbbe quel Gesù
che afferma che ogni cosa fatta al più piccolo dei fratelli è fatta a lui stesso? Che rimprovera Erode
per essere come una volpe? Che paga le tasse? Che contesta, con il suo silenzio, anche Pilato? È
sempre lui la misura.
Oggi uno dei punti più dolenti è il respingimento degli stranieri, condannati a sevizie certe nei
lager della Libia. Molte persone, laici e cattolici impegnati nell’apostolato sociale, si sono
dichiarate pronti alla disobbedienza civile di fronte a leggi che permettono tutto ciò. Ritiene
sia una scelta coerente con il Vangelo?
Il respingimento degli stranieri è un peccato grave. È uno dei più tristi segni della nostra
acquiescente debolezza come cristiani. E dico grazie alle voci ecclesiastiche (non molte, per la
verità) che li hanno condannati con chiarezza. Memori di un Gesù che disse: «Ero straniero e mi
avete accolto» (Matteo 25,35). È triste sentire certi politici che, ogni volta che la Chiesa dice la sua,
la deridono con sciocchi pretesti. Credo che chi matura forme di disobbedienza civile non faccia
altro che seguire gli esempi dei grandi santi. Come Tommaso Moro, patrono dei politici, che
morendo, sul palco della sua decapitazione, affermò con luminosa chiarezza evangelica: «Ho
sempre servito Dio e il re. Ma ho servito Dio prima del re».
La testimonianza riguarda non solo il clero, ma anche il laicato cattolico. La fedeltà a una
scelta costa la fatica di una strada in salita, soprattutto in alcuni luoghi che lei ben conosce, e
può presentare un conto salato se si disturbano i potenti e i prepotenti…
La testimonianza è indispensabile. Nasce da un modo di leggere la Parola e la storia. Fedeli a Dio e
alla gente. Ai laici, chiedo un forte amore per la propria terra, dettato da un cuore materno. È infatti
soprattutto con un cuore femminile, anche nella vita consacrata, che si coltiva questo amore. Solo
così la terra diviene un giardino. La devi amare, curare, e servire, con rispetto e dedizione, fino in
fondo. In fedeltà da sposo e non da amante. «I piccoli “sì” preparano il cuore ai grandi “sì” cioè al
bene; come i piccoli “no” al male allenano ai grandi “no” al male», diceva san Tommaso Moro. È
fondamentale la coerenza nelle piccole cose, la chiarezza interiore coltivata giorno per giorno, che
fa leggere la vita con occhi trasparenti. Altro elemento importante nella testimonianza è la gratuità.
Siamo amati gratuitamente da un Padre che ci dona il suo sole; e lo dona sia a chi è giusto sia agli
ingiusti. Lo stile gratuito rovescia il concetto meritocratico che diventa, sottilmente, la più falsa
giustifi cazione della scala sociale iniqua. Solo nella gratuità si diviene fratelli.
L’allontanamento di tanti dalla pratica religiosa, tra cui la confessione, dipende da molte
cause. Lei ha detto che la testimonianza è la prima forma di identità. Testimoniare Cristo
morto e risorto è come spandere un profumo, ma, a volte, questo si è come dissolto e non
attrae più…
La testimonianza resta il vero profumo, che la Chiesa nel giovedì santo immette nell’olio del
Crisma, segno stesso del Cristo. [CONTINUA]
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LA CHIESA DEVE PARLARE FORTE |
Inserito il 25 Ottobre 2009 |
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intervista a Mons. Giancarlo Maria Bregantini a cura di Ida Nucera
in “il nostro tempo” del 2 agosto 2009
Viviamo un tempo difficile, caratterizzato da un progressivo sfi lacciamento della morale, scalzata
da narcisismo, corruzione e arroganza, in totale sprezzo del bene comune. Anche la politica ha
perduto l’anima, cioè l’etica. I cattolici cercano con difficoltà alternative possibili. Per il credente
diventa sempre più faticoso “stare sulla stessa barca”, come più volte evidenziato dal dibattito
aperto su queste stesse colonne. Il momento sollecita un confronto franco con pastori aperti al
dialogo. Abbiamo dunque incontrato monsignor Giancarlo Maria Bregantini, trentino di Denno, dal
1994 vescovo di Locri, profondo conoscitore del Sud, con tutte le problematiche legate
all’arretratezza e alla ‘ndrangheta, ma anche con le sue grandi potenzialità, per le quali si è sempre
battuto affi nché potessero esprimersi in pienezza. Dal 2007 è arcivescovo metropolita di
Campobasso Bojano.
Monsignore, molti cristiani sono indignati perché ritengono la Chiesa poco profetica su temi
cruciali. Attendono una condanna chiara di certi atteggiamenti immorali, invocano parole
certe su quanto lontana dal Vangelo sia la classe dirigente. Possiamo continuare a far finta di
nulla? Possiamo chiuderci in sacrestia e attendere che tutto passi?
Riguardo alla situazione generale della Chiesa, oggi, mi piace rivisitare tre verbi che spesso ripeto
ai preti della nostra diocesi. Frutto di anni di fatica interiore e pastorale, di lacrime ma anche di
tante speranze e di tante gioie, vissute con la gente. Perché la Chiesa non è solo la gerarchia: è
soprattutto quella parte del popolo di Dio che vive, spera e lotta tutti i giorni. Compio ogni sforzo
perché il mio cuore sia sempre più attaccato ad essa. E la “gerarchia” stessa non è mai fi nalizzata a
sé stessa, ma opera sempre per la gente, nel vissuto quotidiano e sofferto della storia, così come la
disegna il Signore per noi, di pietra in pietra. Dicevo che ho imparato tre verbi: mai vincere, ma
sempre convincere; mai imporre, ma sempre proporre; mai giudicare, ma analizzare. Un giorno un
Provinciale di una Famiglia religiosa di consacrati mi disse, quasi scusandosi: «Ma la santità non si
può imporre!». È vero, risposi di getto, ma si deve proporre, sempre più. La Chiesa oggi sente la sua
pesantezza, ma guai se smette di proporre la santità come meta. Se si lascia infiacchire dalla propria
stanchezza. Don Milani, con chiarezza, nel suo fiorito linguaggio fiorentino, amava dire: «Sfottere
crudelmente non chi cammina in basso, ma chi mira in basso!». Tutti siamo fragili, tutti peccatori.
Ma questo non ci deve per nulla esimere dal puntare in alto. Anzi, proprio perché la fragilità è
evidente, ancor più limpida deve essere la proposta e alta la meta. Ecco allora la necessità di rifl
ettere sul comportamento della Chiesa nel nostro tempo. Ma siano analisi, e non giudizi. Perché c’è
una differenza grande.
E dove sta la differenza?
Nel tono della voce. In famiglia, in ufficio, in politica: tutto sta nel tono della voce. Se esprimi un
giudizio, il tuo tono sarà duro, aspro, diretto. Se invece analizzi, vedi e individui subito ciò che non
va, perché il tuo occhio è limpido, come il catino dell’acqua con cui Gesù lavò i piedi ai suoi
discepoli. Il tono della tua voce si fa testimonianza, coinvolgimento, passo sofferto e condiviso.
Anche il male lo porti con te e non te ne tiri fuori, perché non sei diverso da loro. Occorre sfuggire
al soffuso ma comodo manicheismo che talvolta avvinghia certi preti bravi o certi cristiani
impegnati. La fatica di un vescovo è la fatica del pastore, che non ritma i suoi passi sul passo delle
sue forze, ma sul passo fragile delle «pecore madri, che egli conduce pian piano e porta sul petto gli
agnellini» (Isaia 40,11), cercando sempre la pecorella che si è smarrita. E se la pone sulle spalle,
condividendo la gioia con i suoi amici, in una comunità dove soprattutto il lontano si fa vicino, per
il sangue di Gesù sulla croce. Quella croce che ha fatto dei due un solo popolo nuovo. Ripeto: solo
chi non mira in alto va crudelmente sfottuto. Ed è ciò che oggi si deve fare di fronte alla perdita del
bene comune, alla mancanza di etica. Solo con la chiarezza del profeta si può dire di «no», ad
esempio, a un personaggio politico locale, che pretenda di fare da padrino nella cresima di un
amico. Con amarezza ma con chiarezza, perché egli non regola la sua vita politica con coerenza.
Non sarà giudizio, ma analisi lucida, poiché hai orientato la tua vita, prima di ogni altra, secondo
ideali evangelici che cerchi di vivere con coerenza. La Chiesa oggi deve parlare di più con voce
profetica. Troppo tace, troppo lascia correre. Su certe questioni si dimostra inflessibile, mentre su
altre è acquiescente. Ma questa difficoltà nasce dalla carenza di proposta evangelica. Questo è il
problema. E il nostro dolore diffuso.
A quali principi dovrebbero essere improntati i rapporti tra la gerarchia ecclesiastica e la
politica? C’è sempre attenzione all’ultimo, al povero, alla giustizia?
Noi vescovi della regione ecclesiastica Abruzzo-Molise abbiamo emesso un decalogo,
evangelicamente ben inquadrato, che indica i sentieri del bene comune, con precisione e passione
pastorale. In sintesi richiama il potere al servizio orientato verso le categorie più deboli. Vede la
politica come crescita di responsabilità e democrazia, nel rispetto delle altrui posizioni e nella
coerenza delle scelte. Ribadisce il rifiuto e la denuncia di comportamenti immorali e disonesti e
auspica l’impegno per favorire la cultura della legalità, la preparazione degli amministratori e una
selezione della classe dirigente che premi il merito, la competenza e rifugga da simpatie, legami
personali o familistici, ripicche o vendette. Tutto questo si fonda sul Vangelo e sulla Bibbia. Eppure,
quando l’ho presentato, c’è stato chi mi ha accusato di fare politica. Ciò accade spesso quando la
Chiesa diviene chiara, profetica e incisiva. Molti la vorrebbero invece muta e silenziosa, quasi
complice di uno stile di vita che favorisce i ricchi e penalizza i poveri. Ma che direbbe quel Gesù
che afferma che ogni cosa fatta al più piccolo dei fratelli è fatta a lui stesso? Che rimprovera Erode
per essere come una volpe? Che paga le tasse? Che contesta, con il suo silenzio, anche Pilato? È
sempre lui la misura.
Oggi uno dei punti più dolenti è il respingimento degli stranieri, condannati a sevizie certe nei
lager della Libia. Molte persone, laici e cattolici impegnati nell’apostolato sociale, si sono
dichiarate pronti alla disobbedienza civile di fronte a leggi che permettono tutto ciò. Ritiene
sia una scelta coerente con il Vangelo?
Il respingimento degli stranieri è un peccato grave. È uno dei più tristi segni della nostra
acquiescente debolezza come cristiani. E dico grazie alle voci ecclesiastiche (non molte, per la
verità) che li hanno condannati con chiarezza. Memori di un Gesù che disse: «Ero straniero e mi
avete accolto» (Matteo 25,35). È triste sentire certi politici che, ogni volta che la Chiesa dice la sua,
la deridono con sciocchi pretesti. Credo che chi matura forme di disobbedienza civile non faccia
altro che seguire gli esempi dei grandi santi. Come Tommaso Moro, patrono dei politici, che
morendo, sul palco della sua decapitazione, affermò con luminosa chiarezza evangelica: «Ho
sempre servito Dio e il re. Ma ho servito Dio prima del re».
La testimonianza riguarda non solo il clero, ma anche il laicato cattolico. La fedeltà a una
scelta costa la fatica di una strada in salita, soprattutto in alcuni luoghi che lei ben conosce, e
può presentare un conto salato se si disturbano i potenti e i prepotenti…
La testimonianza è indispensabile. Nasce da un modo di leggere la Parola e la storia. Fedeli a Dio e
alla gente. Ai laici, chiedo un forte amore per la propria terra, dettato da un cuore materno. È infatti
soprattutto con un cuore femminile, anche nella vita consacrata, che si coltiva questo amore. Solo
così la terra diviene un giardino. La devi amare, curare, e servire, con rispetto e dedizione, fino in
fondo. In fedeltà da sposo e non da amante. «I piccoli “sì” preparano il cuore ai grandi “sì” cioè al
bene; come i piccoli “no” al male allenano ai grandi “no” al male», diceva san Tommaso Moro. È
fondamentale la coerenza nelle piccole cose, la chiarezza interiore coltivata giorno per giorno, che
fa leggere la vita con occhi trasparenti. Altro elemento importante nella testimonianza è la gratuità.
Siamo amati gratuitamente da un Padre che ci dona il suo sole; e lo dona sia a chi è giusto sia agli
ingiusti. Lo stile gratuito rovescia il concetto meritocratico che diventa, sottilmente, la più falsa
giustifi cazione della scala sociale iniqua. Solo nella gratuità si diviene fratelli.
L’allontanamento di tanti dalla pratica religiosa, tra cui la confessione, dipende da molte
cause. Lei ha detto che la testimonianza è la prima forma di identità. Testimoniare Cristo
morto e risorto è come spandere un profumo, ma, a volte, questo si è come dissolto e non
attrae più…
La testimonianza resta il vero profumo, che la Chiesa nel giovedì santo immette nell’olio del
Crisma, segno stesso del Cristo. [CONTINUA]
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UN MESSAGGIO DAL BANGLADESH |
Inserito il 3 Ottobre 2009 |
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Carissimi,
scelgo per questa mia riflessione sul mese missionario lo slogan: Vangelo senza confini.
E’ uno slogan, una sfida, cioè mette noi cristiani nella posizione che siamo persone senza confini.
Il Vangelo rompe ogni confine. Anche se i governi tentano di bloccare le persone, gli ingressi, il tentativo di rimandare indietro i nostri fratelli…il Vangelo entra in modo dirompente.
Il vangelo non ha bisogno di nessun Permesso di soggiorno entra e si accomoda liberamente nel cuore delle persone che lo desiderano accogliere nella propria vita.
Anche se noi Missionari e Missionarie alcune volte dobbiamo affrontare il grande problema del Visa d’ingresso in un altro paese questo non ci fa desistere dal continuare a sperare ad annunciare il Vangelo in ogni parte del mondo.
Il Vangelo varca ogni confine grazie alla fede di tante persone che nella semplicità desiderano annunciare a tutti che Gesù Cristo è la nostra speranza.
Questo Vangelo annunciato in terre lontane, adesso ritorna verso di noi, è il Vangelo di vita del mio fratello o sorella dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia, dell’Oceania.
Il Vangelo testimoniato in queste terre ora arriva a noi nella veste del nostro fratello o sorella dell’Africa, dell’Asia etc. Arrivano da ogni parte del mondo, perché costretti a lasciare la loro terra per cercare di migliorare la situazione della loro famiglia. Portano con sé la speranza di incontrare dei cristiani che li accoglieranno nel nome di quel Dio che è stato loro annunciato.
Invece, quando arrivano nella nostra terra, porte sbarrate, luoghi di permanenza temporanea, veri carceri, polizia pronta a rimandarli indietro, governo che non vuole sentire ragioni etc.
Allora questi nostri fratelli e sorelle si chiedono: dove siamo capitati? Cosa ci hanno raccontato? Che cosa ci è stato annunciato? Dove è questo Dio che accoglie tutti al di là del colore, del gruppo di provenienza, della religione che si professa?
Di fronte a queste domande non è facile dare una risposta. Nel loro cuore solo dolore e tristezza, come nel cuore di noi missionari che annunciamo il Vangelo della liberazione, della fraternità, dell’amore, della salvezza. Un giorno questi nostri fratelli mi diranno: “Padre non hai detto la verità, hai parlato del Vangelo ma non della tua gente che ci vede come una maledizione e non come una benedizione. Per la tua gente noi non siamo una ricchezza, una risorsa culturale e umana…siamo solo un ostacolo, un problema da affrontare e da risolvere. Siamo respinti perché portatori di immensi problemi. Non ci hanno chiesto niente…siamo diventati carne da macello”
Eppure davanti a tanti problemi visti in televisione ci piange il cuore, ma smettiamola di recitare, la gente non ha bisogno del tuo denaro. Se il tuo cuore resta chiuso e non hai il coraggio di guardare l’altro nella sua vera realtà allora tieniti il tuo denaro offerto senza amore ma solo con rabbia… affinché l’altro resti lontano e non venga a disturbarti. [CONTINUA]
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IO NON RESPINGO |
Inserito il 13 Giugno 2009 |
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Lettera della Commissione Giustizia e Pace
della Conferenza Istituti Missionari in Italia
Ladri di futuro e il libro dell’ospitalità
Non vogliamo essere tra i complici di questo furto! Non accettiamo e mai accetteremo che il nostro Paese continui a rubare vite e futuro alle storie di migliaia di migranti.
…Tu non sai niente di me.
Né da dove vengo
Né perché mi trovo nella tua patria…
(Nemàt Mirzazah-poeta esule iraniano)
Noi missionari abbiamo visto il mondo dall’altra sponda del Mediterraneo e ci è stato donato di udire e toccare speranze e miserie. Di queste ultime le cause sono spesso da rintracciare in questa sponda del mare.
Lo sfruttamento delle risorse, la produzione e vendita di armi, l’iniquità del sistema economico e gli interessi politici dei potenti, congiurano per creare le condizioni dell’impoverimento dei popoli.
Per questo ci tradiremmo se passassimo sotto silenzio quanto sta accadendo nel nostro Paese.
In lettere precedenti abbiamo avuto modo di denunciare le derive democratiche ed i meccanismi di esclusione che colpiscono le fasce più vulnerabili della nostra società. Tra queste hanno per noi particolare eloquenza i migranti e specialmente coloro di origine africana.
Denunciavamo il ‘virus’che ha seriamente infettato lo sguardo e lo spirito di porzioni significative della nostra società italiana. Ciò ha stravolto la complessità del fenomeno migratorio costituito da persone che chiedono di costruire un altro futuro. Ribadiamo che il processo migratorio non può e non deve essere contrabbandato come problema di ordine pubblico e dunque inserito nell’ambiguità del fuorviante discorso sulla sicurezza.
Riteniamo che sia un grave crimine rubare la dignità e la storia di chi, come i migranti, incarna la speranza in un futuro differente per tutti. Essi ci troveranno sempre e comunque dalla loro parte per scrivere con loro una storia per tutti.
Ogni volto che incontriamo è anche il racconto del nostro cammino come singoli e come società.
In realtà i migranti raccontano di noi e del nostro mondo! L’unico libro quindi che dovremmo scrivere è quello dell’ospitalità ricevuta gratuitamente e ora in dovere di donarla a piene mani.
La lettera vera è quella che la gente ha scritto in noi, missionari migranti in Africa ed altrove.
Siamo stati ‘scritti’ dai volti e dalle storie che qui da noi, da tempo ormai, vengono spesso respinte.
… Sopra il cuore
firmano le genti un patto eterno
di pace e fraternità…
(Jorge Carrera Androade)
Firenze - 29 Maggio 2009 [CONTINUA]
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